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Urbanistica Dossier 15 | Sovraparco

 

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Premessa
Esprimere la propria opinione sulla città -sulla trasformazione della città- attraverso un progetto architettonico, può essere considerato un’operazione discutibile, perché lo strumento da utilizzare dovrebbe essere invece quello della pianificazione urbana. Tuttavia la distinzione netta tra queste due logiche può essere messa in discussione e, in alcuni casi, può apparire datata di fronte alle problematiche della città contemporanea, che oggi è il risultato di più pianificazioni successive.
Così, se la pianificazione prende atto di ciò che “bisogna fare” e ne definisce le regole, nel nostro caso al contrario, ignorando quelle regole, un progetto architettonico svela contemporaneamente “cosa bisogna fare” e “come bisogna farlo”.

Esito della nostra riflessione è dunque un progetto che è stato elaborato senza l’incarico di un committente, senza che un bando di concorso lo proponesse, senza che nessuno ce lo abbia chiesto. Questa idea rispecchia la nostra intima esigenza di riappropriarci della possibilità di migliorare lo spazio pubblico; rispecchia il dovere che sentiamo, in quanto architetti, di esprimerci sulle trasformazioni urbane e di collocare il rito del progetto architettonico al centro del dibattito sul futuro delle città italiane.

Il progetto tratta la riqualificazione di Piazzale Loreto a Milano attraverso quello che chiameremo un Sovraparco, con ciò identificando un’area verde costruita ex-novo al di sopra di una funzione urbana preesistente.
Per dimostrare che sia possibile farlo anche nei luoghi più difficili, abbiamo sviluppato un progetto pilota proprio per quello che è uno dei luoghi più complessi di tutta Milano.

Fare città con l’architettura
Memori della lezione di Bernardo Secchi secondo cui tra urbanistica e architettura, non vi è sostanziale differenza di metodo, questo progetto è un esplicito tentativo di affrontare una tematica urbanistica tramite la progettazione di una struttura architettonica.

Milano, città di ridotta estensione e di grande densità, nel divenire metropoli sta esprimendo l’esigenza di fatti urbani inediti.
Cosa di per sé assai rischiosa. Ogni architetto e urbanista sa nel suo intimo che il miglior spazio pubblico urbano è ancor oggi quello della città ottocentesca borghese: una città in cui viali, piazze, giardini, sono progettati secondo determinate proporzioni matematiche in grado di ottenere contemporaneamente ambienti a misura d’uomo e un giusto grado di monumentalità.
Quando però ci si ritrova ad intervenire su brani di città fortemente segnati dall’impetuosa crescita novecentesca, gli strumenti dell’urbanistica classica non bastano più.
Le lezioni del Barone Haussmann a Parigi o di Cesare Beruto a Milano, sono ancora efficaci pianificando da una tabula rasa, mentre sull’esistente risultano spesso velleitarie e poco praticabili.
Milano sta chiedendo di saper pensare nuove tipologie di spazio pubblico che siano in grado di germogliare tra le pieghe della complessità, che sappiano far convivere funzione diverse, spesso antitetiche.
Proprio la non riducibilità alle formule tradizionali di una situazione urbana come quella di Piazzale Loreto, permette autentica sperimentazione, l’unica che in definitiva rende viva e in evoluzione la disciplina architettonica e urbanistica.
Una di queste mutazioni in atto nel corpo urbano milanese è la tendenza a strutturare lo spazio pubblico su più livelli, come se alla tradizionale visione zenitale planimetrica, per cui ad ogni lotto corrisponde una sola -catastale- funzione, iniziasse a svilupparsi una visione progettuale “in sezione”.
Il tentativo in atto sembra essere quello di movimentare la condizione naturale pianeggiante, assumendo in via artificiale quello che altre città hanno per natura orografica: la bellezza dei dislivelli e la creazione di panorami urbani.

Gli esempi sono numerosi e molto recenti. Quello più evidente riguarda i nuovi distretti terziari.
Osservando le due “piastre” di Porta Nuova e City Life, ovvero i due episodi urbani più rilevanti della Milano di inizio millenio, si nota che alla base dei grattacieli vi sono sempre piazze rialzate dal livello stradale.
In esse le persone perdono il contatto con la città storica, vengono trasportate in un mondo protetto, in qualche misura ri-fondato. Uno stratagemma non privo di interesse commerciale da parte dei suoi promotori, ma che trova tuttavia un tale successo di popolo, che anche i critici di questa città liberista si trovano a doverne ammettere il suo buon funzionamento.
Esempio di scala più ridotta riguarda il nuovissimo Apple Store costruito su progetto di Foster and Partners in Piazzetta Liberty, dove una scalinata-anfiteatro scende improvvisamente nel sottosuolo con la pendenza dolce tipica di una piazza del centro Italia.
E ancora, gli innumerevoli tetti giardino: una volta inaccessibili terrazze degli attici, oggi locali di ristorazione e intrattenimento, caffetterie di musei, aree all’aperto di palestre, tutte funzioni semi-pubbliche che fanno divenire fatti urbani luoghi un tempo non solo privati ma dalla forte vocazione elitaria ed esclusivista.

Un caso di visione della città per livelli attualmente oggetto di un animato débat public riguarda la “riapertura” dei Navigli.
Essa può essere letta come la volontà di riscoprire un livello acqueo inferiore rispetto all’affollato piano stradale. Uno iato nell’implacabile piano d’asfalto che circonda ogni cosa.
Nell’ultima versione dello studio di fattibilità, rimesso al giudizio della cittadinanza, il naviglio passa dall’occultamento al disvelamento in una molteplicità di fasi alterne, enfatizzando in qualche modo l’incrociarsi dei flussi su piani altimetrici diversi.
Nel tratto lungo via Melchiorre Gioia, anche la riva pedonale si troverebbe ad un livello più basso rispetto al piano stradale.
Da notare come l’abbandono definitivo dell’ipotesi di navigabilità, sveli una volontà fondamentalmente estetica alla base di questa grande opera.

Analizzando questi esempi emerge un dato comune che ha agito anche nell’ideazione del progetto del Sovraparco: in tutti vi è una dimensione edonistica dello spazio pubblico.
Essa mostra come la città contemporanea sia sempre più influenzata da una necessità d’intrattenimento e di generazione di stupore.
Se la città postmoderna, legata ancora ad un funzionalismo stringente, appariva prevedibile e di conseguenza poco entusiasmante, la città contemporanea, condannata com’è ad una indeterminatezza funzionale figlia dei nostri tempi, non può che misurarsi sulla qualità dell’esperienza vissuta dal cittadino o dal turista.
Proprio la qualità dell’esperienza, puntualmente recensita sui vari portali web dal cittadino-turista, ha un ruolo fondamentale nel decretare il successo di una trasformazione urbana.
L’odierna società, caratterizzata dallo sfumarsi dei confini di lavoro e tempo libero, produzione e consumo, abitare e viaggiare, richiede spazi meno rigidi di quelli tradizionali, spazi a cui si chiede soprattutto di essere attraenti e di far vibrare le corde della percezione.
Definirli spazi di in-trattenimento tradirebbe un atteggiamento critico verso di essi, tuttavia non si può che osservare come questi nuovi fatti urbani, disegnati per il benessere delle persone che li vivono e attraversano, godano in definitiva di un roboante successo!
In essi vi si trova la massima commistione tra classi sociali e nazionalità: giovani sudamericani che ballano sulle note dello stereo portatile, italiani di ogni età che si aggirano per negozi, turisti alla ricerca della “capitale del design” e tutti i loro bambini che insieme si bagnano nelle fontane a spruzzo.
Pensare oggi alle piazze di Aldo Rossi potrebbe indurci -in sacrilegio al maestro- il pensiero che fossero disegnate perché la gente non ci andasse. Come in una tela di De Chirico, portavano nella loro essenza il trionfo della forma sulla vita.
Tutto il contrario di queste piazze contemporanee che, disegnate perché la gente le viva appieno ed abbia la massima libertà di espressione e azione, decretano la rinascita di un elemento urbano che molti davano per defunto.

Il parco e la piazza sono dunque spazi “pubblici”, ma hanno anche la caratteristica di essere spazi “liberi” nel loro accesso e nella loro fruizione. Questa connotazione li avvicina in qualche modo a quello che Yvonne Farrell e Shelley McNamara hanno chiamato “freespace”, ricercandolo ed auspicandolo nella loro Biennale d’Architettura del 2018. Scrivono le curatrici:

“Freespace rappresenta la generosità di spirito è il senso di umanità che l’architettura colloca al centro della propria agenda [...] Freespace si focalizza sulla capacità dell’architettura di offrire in dono spazi liberi e supplementari a coloro che ne fanno uso, nonché la sua capacità di rivolgersi ai desideri inespressi dell’estraneo. [...] Celebra l’abilità dell’architettura di trovare una nuova e in attesa generosità in ogni progetto [...] Invita a riesaminare il nostro modo di pensare, stimolando nuovi modi di vedere il mondo e di inventare soluzioni in cui le architettura provvede al benessere e alla dignità di ogni ambiente di questo fragile pianeta.”

Il Sovraparco ambisce ad essere un progetto generoso proprio perché fornisce una soluzione inaspettata ad un problema urbano talmente macroscopico da essere stato dimenticato. L’addizione di nuove ed inattese funzioni urbane determina spazi liberi e aperti. Ma c’è di più, la libertá di questo spazio coincide anche con il suo essere “vuoto” e non ancora del tutto sistemato per il suo uso futuro: “Uno spazio di opportunità uno spazio Democratico non programmato libero per utilizzi non ancora definiti”

Fare città con l’infrastruttura
Dal primo piano regolatore di Milano datato 1889, il famoso Piano Beruto, il capoluogo lombardo si porta dietro il difetto di concepire lo sviluppo del suo territorio sotto forma di accumulo di volumetire edilizie, sviluppando il trasporto pubblico solo a posteriori.
Una metropoli può funzionare solo con un efficiente sistema di metropolitana.
Il sottosuolo come regno del flusso incessante è l’unica condizione affinche la superficie non sia intasata e quindi invivibile.
Milano sta conducendo una lenta ma inesorabile battaglia al traffico veicolare privato che deve trovare come controcanto un ritorno alla qualità progettuale delle linee metropolitane e in particolare delle stazioni.
La storia della metropolitana milanese fu fin dall’inizio accompagnata da grandi prove progettuali, basti considerare la Linea M1 che è stata di recente classificata ai beni culturali.
Negli ultimi anni invece si è assistito ad uno scadimento. Pensiamo all’ultima arrivata tra le linee metropolitane, la M5, a come si è adagiata su soluzioni di ingegneria standard senza la minima qualità architettonica.
Questo scadimento è peraltro in forte contrasto rispetto alle tendenze contemporanee nella progettazione di stazioni metropolitane.
Senza bisogno di guardare all’estero, basti considerare la meravigliosa esperienza delle “Stazioni dell’Arte” napoletane, un’opera aperta che a breve verrà ulteriormente arricchita di nuovi spazi e nuove installazioni permanenti.
Prendere la metropolitana non deve essere un ripiego, dovuto alla chiusura al traffico del centro, o un compromesso, per abbreviari i tempi di trasporto, bensì un’esperienza di bellezza per chi lavora come per chi visita la città.
Il Sovraparco
Piazzale Loreto è la porta d’ingresso di Milano, intorno vi gravitano alcuni tra i quartieri più dinamici dell’intera città.
Piazzale Loreto è altresì un luogo piuttosto brutto: nulla più che uno svincolo automobilistico circondato da palazzi di scarso valore architettonico.
Nell’impossibilità di imporre ai proprietari riqualificazioni architettoniche delle facciate o degli interi edifici, il progetto ripensa radicalmente l’invaso spaziale centrale, in modo da trainare la riconversione anche di ciò che appartiene ai privati.
Il paesaggio urbano non mente mai riguardo i suoi abitanti, è uno specchio spietato di vizi e virtù.
Lo sfacelo estetico di Piazzale Loreto riflette la violenza sotterranea di un brano di città pieno di contraddizioni.
Il Rondò
Se Piazzale Loreto è oggi uno spazio informe, il progetto recupera l’antica figura del rondò, visibile già in una mappa del 1865, e ripensa la viabilità in forma di grande rotonda semaforizzata. L’imposizione del cerchio, nella sua perfezione formale, ripristina una potente definizione topografica all’attuale non-luogo. Tale impronta altro non è che la forma primigenia del luogo. Osservando bene la mappa si nota che una roggia segnava il cerchio del Piazzale, come a imprimere fisicamente una volontà di forma urbana, prima ancora che una reale necessità funzionale.
Nella prima metà del novecento tale cerchio venne interamente costruito, la piazza assunse un aspetto urbano, con l’ampio respiro tipico da “porta della città”.
Ma l’armonia della Belle Epoque si sarebbe spezzata presto: i noti fatti di guerra del 1944/45 segnarono per Loreto uno stigma di violenza, destinato a tradursi in un disamore della città verso questo luogo. Si avviò un processo di damnatio memoriae della forma urbana originaria, che ebbe il culmine nella distruzione dell’hotel Titanus, splendida opera art decò, sostituito da un gigantesco edificio in cement brut e curtainwall specchiante, la cui impostazione planimentrica segue logiche totalmente separate dagli allineamenti stradali.
Dopo i grandi lavori di scavo per la costruzione della metropolitana dei primi anni ‘60, il piazzale venne malamente richiuso in forma di svincolo stradale, le cui isole spartitraffico sono oggi piantumate con una informe foresta di bamboo.
Nel progetto, la potenza della circonferenza si impone sull’informe invaso spaziale.
Come in celebri esempi di rotonde stradali giganti, una su tutte l’Étoile degli Champs-Élysées, il traffico veicolare viene incanalato in una forma pura, generando un’estetica.
La Piazza interrata
Sotto il livello stradale vi è un importante snodo della metropolitana milanese, che però non ha mai acquisito il rango di stazione. Flussi enormi di persone l’attraversano ogni giorno, strette dentro angusti cunicoli. Scoperchiando tale livello mezzanino si ottiene un piazza larga e ariosa, capace di connettere parti di città oggi recise.
Oltre all’accesso della metropolitana, la piazza viene dotata di negozi, bar e servizi igienici.
Il centro della piazza è volutamente abbastanza vuoto: uno spazio libero e disponibile ad essere colonizzato temporaneamente dai cittadini. Solo poche panchine sono presenti nell’invaso.
Mentre le scale di connessione con Corso Buenos Aires e con via Padova rimangono tali e quali, quella di viale Monza viene allargata e dotata di rampa. Una nuova scalinata e una nuova rampa vengono aggiunti nel parterre alberato di viale Abruzzi.

Il Giardino sospeso
Come già anticipato, il neologismo “sovraparco” identifica un’area verde costruita ex-novo al di sopra di una funzione urbana preesistente.
Nel contesto di urgente fabbisogno di terreno permeabile e vegetazione per le nostre città, è più rapido agire per addizione, piuttosto che per sostituzione.
In una città che all’interno dei suoi edifici vede la creazione di soppalchi appena possibile, creare giardini pubblici pensili è, in antitesi, la nostra strategia di rigenerazione urbana.
Come un pianeta contenente un’oasi naturale, il giardino levita sopra la piazza, ottenendo così, a pari impronta di suolo, una doppia funzione.
Essendo una calotta rovescia, dall’interno del sovraparco nulla è visibile eccetto il cielo.
Le sponde del manufatto riparano le persone dalle polveri sottili e dal rumore del traffico veicolare, innescando all’interno un relativo isolamento, che ha già fatto il successo di molti parchi sopraelevati nel mondo, dalla Promenade Plantée di Parigi, fino alla High Line di New York.
L’accesso alla calotta avviene sia tramite scale sia tramite ascensore. Una volta all’interno della calotta il giardino è organizzato su due livelli pianeggianti. Il primo livello accoglie lo sbarco di scale e ascensore, nonché alcuni servizi e spazi coperti. Nel suo centro vi è un grande oculo aperto sulla piazza sottostante che in qualche modo inverte la logica spaziale del Pantheon.
Un sistema di rampe permette di raggiungere il secondo livello del giardino. Questo è infine delimitato da una panchina che corre senza soluzione di continuità lungo tutta la circonferenza del Sovraparco. Oltre la panchina si possono percorrere piccoli giardini di piante aromatiche, oltre i quali la pendenza della calotta non permette di proseguire. All’interno del sovraparco si crea un microclima fresco e salubre grazie alla vegetazione naturale.
Nei piccoli giardini del Sovraparco è possibile rilassarsi, andare a leggere oppure organizzare piccole feste, ma la potenza formale circolare, non fa mai venir meno la sua immagine di monumento.
Come la Torre del Filarete stabilisce le sue relazioni spaziali non solo il Castello Sforzesco, ma anche l’asse che connette quest’ultimo al Duomo, così il nostro intento è di valorizzare Corso Buenos Aires con un fuoco prospettico ad alto valore simbolico.
Quale valore più contemporaneo dell’ecologia, della qualità ambientale, della capacità di migliorare la coesistenza delle specie?
Lo sfondo della via commerciale più importante di Milano non deve necessariamente essere un palazzo abbandonato, ma un parco rigoglioso, un tempio alla forestazione urbana, che in un’unica forma dagli echi planetari, accoglie indifferentemente esseri viventi vegetali, animali e umani.

La raggiera verde
Il nuovo parco di Piazzale Loreto non è pensato come un evento urbano isolato, bensì è inserito in un sistema più vasto che lo vede cerniera di un sistema di viali alberati da rigenerare.
Primariamente la circonvallazione, che sia nel comparto di Viale Brianza che in quello di Viale Abruzzi, pur essendo alberata presenta una situazione al suolo piuttosto degradata, con parcheggi di superficie, che già in altre parti della città sono in corso di trasformazione in corridoi verdi e ciclabili.
In secondo luogo, il tentativo di rigenerazione del primo tratto di via Padova, attuato da pochi anni, non brilla per efficacia: sicuramente la presenza di alberature migliorerebbe di molto la qualità ambientale e aiuterebbe lo sviluppo delle attività di commercio e ristorazione.
Più complessa la situazione di Viale Monza e Corso Buenos Aires per via della densità di attività che vi hanno luogo e della congestione di sottoservizi nel sottosuolo. Qui l’intervento mira a mitigare il surriscaldamento che subiscono i marciapiedi in pietra durante la stagione estiva, nonché la pericolosa promiscuità tra flussi veicolari e pedonali. Grazie alla messa a dimora di alberature all’interno di vasche in alternanza a stalli di parcheggio su entrambi i lati della carreggiata si cerca un compromesso tra necesità di sostenibilità ambientale e difficoltà oggettive dello stato dei luoghi.

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